Il convento di San Domenico Maggiore

I domenicani, presenti a Napoli in qualità di predicatori fin dal 1227, si insediarono definitivamente in città nel 1231, anno in cui accettarono di entrare in possesso del convento benedettino denominato Sant’Arcangelo a Morfisa, situato ai confini occidentali dei fabbricati greco-romani. Dovevano essere non meno di dodici. Erano guidati dal siciliano Tommaso Agni da Lentini, proveniente da Bologna, il primo priore del convento poi conosciuto col nome di San Domenico Maggiore. Fu lui a dare tra il 1243 e il 1244 l’abito dell’Ordine al giovane Tommaso d’Aquino, allora studente dell’Università di Napoli, fondata un ventennio prima dall’imperatore Federico II di Svevia. L’Aquinate, superate le avversioni della famiglia e divenuto col tempo prima discepolo di Alberto Magno e in seguito brillante professore universitario a Parigi, tornerà a risiedere nel suo convento di affiliazione tra il 1259-1261 e dal 1272 al 1274, la seconda volta per erigervi e guidarvi uno Studio filosofico-teologico.

Nel Trecento alcuni frati della comunità saranno chiamati a testimoniare sulla santità di quest’ultimo, che verrà poi canonizzato ad Avignone nel 1323. Altri dovranno assumersi invece il non facile incarico di «inquisitori della pravità eretica». A provare i loro metodi sarà, al dire di Poggio Bracciolini, Lorenzo Valla nel secolo seguente. Nel frattempo si imporrà il problema della riforma, che a San Domenico Maggiore avrà alti e bassi e resterà d’attualità fino all’ultimo decennio del Cinquecento, con un’appendice che si colloca alcuni anni più il là. L’allusione riguarda soprattutto il fatto che nel 1583 e nel 1623 alcuni suoi frati avviarono due notevoli movimenti di riforma: quella della Sanità, iniziata in un convento recente ai piedi di Capodimonte, e quella fatta partire da San Marco dei Cavoti, al di là di Benevento. Nel frattempo la vitalità del centro domenicano potrà contare, oltre che sul patronato del Seggio di Nido e l’appoggio dei sovrani, su uomini quali il predicatore Gabriele Barletta († 1498) e il pugliese Alessandro Longo, reggente dello Studio conventuale nel 1475. Il primo venne subito onorato col detto: «Non sa predicare chi non sa barlettare»; il secondo perì nell’eccidio perpetrato dai mussulmani a Otranto tra il 12 e il 14 agosto 1480 e verrà canonizzato assieme ai suoi compagni di martirio il 12 maggio 2013. Il Quattrocento è anche il secolo in cui il convento conta il maggior numero di confessori di cui i re di Napoli si servirono.

Il Cinquecento è caratterizzato anzitutto dall’inquietante episodio del 1528, quando, durante l’assedio delle truppe francesi di Lautrec, il convento fu per alcuni giorni preda della soldataglia locale spagnola e tedesca (non quindi degli occupanti francesi); in seguito, dall’aumento dei suoi frati, che giunsero a una media di 150 individui, cifra a cui nel Seicento saranno aggiunti talora altri trenta elementi. Fu con questa massa di confratelli che il filosofo nolano Giordano Bruno e il filosofo calabrese Tommaso Campanella dovranno fare i conti, il primo tra il 1565 e il 1576, vale a dire dalla sua recezione all’abito alla sua uscita dall’Ordine; il secondo per circa tre anni nell’ultimo decennio del Cinquecento e per non più di un mese nel 1626, quindi subito dopo la sua uscita dal carcere. Ma Campanella troverà in Serafino Rinaldi da Nocera un confratello che lo apprezzerà in pieno. Non per niente questi aveva osato ribellarsi all’imposizione della riforma nel 1595 e tuttavia finirà per essere poi due volte provinciale e morirà vescovo. Nel Cinquecento altri due frati «inquieti» di San Domenico Maggiore, sia pure di un’inquietudine diversa da quella dei due filosofi ora menzionati, furono Ambrogio Salvio da Bagnoli, l’amico fidato di San Pio V e il confidente di San Filippo Neri, e Tommaso Elisio, il frate che con le sue audaci idee sulla riforma della Chiesa finì per avere un libro all’Indice.

Nel secolo seguente il pugliese Paolo Minerva invece volle sfidare il pensiero che farà capo a Galilei sostenendo la non dimostrabilità della nuova concezione dell’Universo. Il Seicento, grazie soprattutto all’intraprendenza del priore Tommaso Ruffo, dei duchi di Bagnara, poi procuratore dell’Ordine e infine arcivescovo di Bari, il convento viene in parte ristrutturato e in parte ampliato. La relazione del 1650, ordinata dalla Santa Sede per la progettata riduzione dei conventi italiani, non si limita a presentare la situazione economica della casa e quella numerica della comunità che l’occupa, ma fornisce pure un quadro esatto delle figure istituzionali che la strutturano: il provinciale, il priore, il reggente dello Studio. Non accenna invece agli ufficiali minori della casa, quali l’amministratore, il sacrista, il bibliotecario ecc. In compenso, in un successivo elenco, si enumerano tutti i compiti assegnati all’esercito dei conversi. Un incarico ormai scomparso è quello di inquisitore, ruolo passato da oltre un secolo nelle mani del clero diocesano, anche se è a San Domenico Maggiore che restano le carceri degli inquisiti, uomini e donne.

Nel Settecento tocca al salernitano Tommaso M. Alfani, che aveva fatto i suoi studi accademici nel rinomato Studio domenicano di Napoli intitolato all’Aquinate ed era poi tornato nella sua città natale per insegnarvi scienze fisico-matematiche e fondarvi l’Accademia degli Inquieti, farsi strada in San Domenico Maggiore, il che avverrà sia con i suoi scritti, non in linea con quelli dei suoi confratelli, sia nei propri rapporti con la cultura più viva del suo tempo. Gli studi sui quali Alfani  concentrò i propri interessi furono quelli storici (una Istoria degli anni santi, Napoli 1725, e una raccolta dei concili provinciali meridionali in sei volumi rimasta inedita). I rappresentanti della cultura con la quale ebbe a che fare furono i più bei nomi del primo Illuminismo, quali a Napoli Giambattista Vico e Costantino Grimaldi, nell’Italia settentrionale Ludovico Antonio Muratori, Apostolo Zeno e Angelo Calogerà, Oltralpe l’olandese Jean Le Clerc e il bibliografo tedesco Giovanni Alberto Fabricius. Un orientamento del genere non era fatto per conciliargli la stima dei confratelli, presi da interessi culturali ora poco condivisi, che gli resero non facile la vita, come attestarono due contemporanei non napoletani, quali il domenicano piacentino Casto I. Ansaldi, amico di Celestino Galiani e di Antonio Genovesi, e il bresciano Gian Maria Mazzuchelli.
Ciò non significa che Alfani non apprezzasse il pensiero di San Tommaso, ma solo che era sbagliato per lui limitarsi solo ad esso e fra l’altro a non fare una più oculata verifica dell’autenticità dei suoi scritti. Tale atteggiamento rispecchia un cambiamento dei tempi che non tutti percepivano e la necessità di nuovi percorsi.
La richiesta di un atteggiamento critico nei confronti dello stesso testo tomistico fa pensare agli interessi sui quali si concentrerà dalla fine dell’Ottocento la Commissione Leonina. Lo scontro culturale tra Alfani e suoi confratelli sembra anticipare lo scossone del 1799 nel Sud e quei mutamenti politici che porteranno più tardi alla soppressione dei conventi.
Nel corso dell’Ottocento San Domenico Maggiore subirà due soppressioni: la prima nel 1809, cui seguirà la sua riapertura alla presenza del re Ferdinando I di Borbone nel 1820, e quella del 1865 voluta dall’Italia unita, cui seguirà la riapertura del 1885. E’ appena il caso di parlare degli effetti negativi che soprattutto la prima ebbe sul suo patrimonio culturale.
Ovviamente tutto si ripercosse, anche dopo le due riaperture, sull’efficienza delle rispettive comunità, ridotte talora ai minimi termini e con frati spesso demotivati o presi da concezioni liberali in contrasto con la linea dettata da Roma (si pensi alla riforma dei religiosi voluta da Pio IX e al governo di un generale come Jandel).
Ciò non impedì al convento di accogliere, nei mesi in cui Pio IX fu ospite di Napoli, i teologi della Congregazione romana dell’Indice che il 29 maggio 1849 decisero le sorti da assegnare alle Cinque Piaghe di Rosmini. Sarà poi il calabrese Girolamo Giglio, già due volte provinciale della rinata Provincia Regni, a contribuire nel processo del 1854 col suo voto, quale consultore della stessa Congregazione, a far scagionare il filosofo roveretano.
Il secolo permetterà inoltre a due altri frati della comunità: Tommaso Michele Salzano, poi vescovo titolare di Tanes, e Alberto Radente, confessore di Bartolo Longo e suo consigliere a Pompei, di dare un contributo più che positivo a una situazione non certo delle più rosee.
Gli inizi del Novecento fecero scrivere al vicario generale della Regni di allora, Vincenzo Magri, che i non molti domenicani che rappresentavano in quel momento l’Ordine nel Sud si limitavano a fare i «custodes» delle rispettive chiese. In realtà le cose stavano mutando. A San Domenico Maggiore si affermerà presto come rinomato oratore il toscano padre Pio Ciuti.
Il convento disporrà inoltre di numerosi domenicani laici o Terz’Ordine. Il corso del secolo farà il resto, prima con la ricostituzione della Provincia Regni nel 1937 e l’applicazione del Vaticano II in seguito. Quest’ultimo evento ispirerà ai rappresentanti dello Studio, allora a Barra, di far venire a Napoli, e precisamente al Teatro di Corte, alcuni validi rappresentanti della Chiesa del tempo: Fulton Sheen, Roger Schutz, Yves Congar, Dominique Chenu, il generale dei Gesuiti Padre Arrupe  ecc.
I testi dei loro interventi saranno tutti dati alle stampe. Il convento, tramite padre Luigi Salerno, infine, a partire dal 1990, darà vita mese per mese a una serie di lezioni tomistiche tenuti da professionisti laici che si riconoscono nel pensiero di  San Tommaso, iniziativa tuttora in corso. Il Capitolo Provinciale del 2013 decise di sopprimere San Domenico Maggiore.
Il Maestro dell’Ordine però alla fine di una sua visita canonica fatta alla Provincia San Tommaso in Italia l’anno successivo dispose di non dare esecuzione a tale decisione. Si tratta ora di riprendere il discorso in positivo con una programmazione in grado di sfidare l’avvenire.