Storia della Biblioteca

Considerata fin dal XV secolo tra le biblioteche napoletane “più ragguardevoli”, la “Libraria” di San Domenico Maggiore si è arricchita nel tempo per donazioni private e acquisizioni, sia mediante i vari lasciti di frati del convento e di lettori dello Studio, sia mediante la vendita di numerosi doppioni atta a finanziare i nuovi acquisti.
Ospitata in una grande sala al primo piano del convento accanto alla cella di san Tommaso (attualmente sala museale), la ‘Libraria’, la cui storia si era andata intrecciando con quella del cenobio napoletano, con i suoi cimeli e le sue memorie, assolveva la funzione di biblioteca di lavoro per i maestri e gli allievi dello Studio domenicano, cui era stato conferito il titolo di ‘Universitas’ dal capitolo generale di Salamanca del 1551. E tale funzione essa svolse sicuramente anche per lo Studio pubblico che per un secolo, dal 1515 al 1615, fu ospitato stabilmente proprio in alcuni locali del convento.
Tra le donazioni più prestigiose che agli inizi del Cinquecento hanno arricchito le collezioni della ‘Libraria’ di S. Domenico Maggiore, è quella dei libri, per lo più manoscritti di cui alcuni autografi, di Gioviano Pontano. La preziosa raccolta, tra le più rappresentative della cultura umanistica napoletana, fu donata ai padri del convento dalla secondogenita del Pontano, Eugenia, con il consenso del marito Luigi di Casalnuovo. La donazione riguardava 49 volumi, di cui 34 in pergamena e 15 cartacei, con opere letterarie, filosofiche e astrologiche dell’antichità greco-latina, del Medioevo e del Rinascimento. Di tali volumi, dispersi in tempi diversi ma soprattutto durante il secolo scorso, T. Kaeppeli in un suo studio sulle antiche biblioteche domenicane ne segnala 13 manoscritti conservati in varie biblioteche italiane e straniere, di cui due presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.

Accanto a significative donazioni esterne, l’incremento maggiore per la ‘Libraria’ veniva, come si è già accennato, dai numerosi lasciti e donazioni – anche di pochi libri – da parte dei lettori e dei maestri dello Studio domenicano o anche da parte di semplici frati.
Durante la seconda metà del Cinquecento frequentarono la Libraria di San Domenico due illustri confratelli, Giordano Bruno e Tommaso Campanella. La raccolta libraria, che si andò ad incrementare notevolmente nel corso del tempo comprendeva, accanto a quattro scritti dello stesso Pontano, manoscritti dell’Eneide e dell’Odissea, opere di Senofonte e di Aristotele, le commedie plautine, il De arte amandi di Ovidio, testi di Cicerone, le Epistole di Seneca, il De Trinitate e le Homiliae di Sant’Agostino; tra le opere a stampa figurava la Metafisica di Aristotele.

Nel 1685 il consiglio conventuale aveva affidato i lavori di trasformazione del convento all’architetto Francesco Antonio Picchiatti, incaricandolo di rifare la biblioteca “tutta di nuovo a lamia”; l’imponente impianto dell’ambiente rispecchia totalmente le caratteristiche del linguaggio architettonico di Picchiatti che condusse i lavori di trasformazione del convento fino al 1694 .

Fin dal capitolo generale parigino del 1233, si vietavano esplicitamente la cessione e la vendita dei libri: tale ordinatine, operante fino a tutto il XVI secolo e ribadita dalle Constitutiones romane del 1566, contemplava comunque la possibilità, prevista per la prima volta dal capitolo generale bolognese del 1340, di vendere i libri dei fratelli defunti, considerati un bene comune, solo ed esclusivamente per finanziare l’acquisto di altri testi. Preziosi cimeli erano conservati gelosamente nella ‘Libraria’ di S. Domenico Maggiore, finanche alcuni manoscritti autografi di san Tommaso, tra i quali il codice della sua trascrizione dei corsi tenuti da Alberto Magno sul De caelesti hierarchia dello pseudo Dionigi, ora alla Nazionale di Napoli.

Come capita spesso di registrare nelle cronache delle biblioteche di ieri e di oggi, anche a San Domenico Maggiore mentre alcuni donavano libri alla biblioteca, altri li sottraevano. Per preservare la ‘Libraria’ da furti e dispersioni, si ottenne nel l571 da Pio V un breve, che fu inciso su una lapide collocata nella stessa biblioteca.  Fu poi anche deciso dall’allora priore del convento, Domenico Vita, di far censire tutti i volumi, incaricando tale fra’ Marcello da S. Marco di “far l’inventario de [ … ] li libri che sono in la libraria”. Tale inventario che sarebbe stato uno strumento di prim’ordine per la ricostruzione dei fondi dell’antica ‘Libraria’, non è stato finora rinvenuto. Né alla mancanza dell’originario inventario cinquecentesco della ‘Libraria’ pone rimedio la vasta raccolta di inventari delle biblioteche monastiche (oltre 7500 biblioteche di conventi e di singoli religiosi italiani) che si conserva presso la Biblioteca Vaticana. Com’è noto, dall’imponente censimento che è alla base di questi inventari, promosso nel 1598 dalla Congregazione dell’Indice e portato a termine nel 1603, riuscirono a rimanere esenti i domenicani e i gesuiti, probabilmente in ragione del ruolo di inquisitori che ricoprivano presso il Sant’Uffizio.

Dei due inventari conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, che solitamente vengono considerati cataloghi della ‘Libraria’ di san Domenico Maggiore, solo uno può essere utilizzato propriamente per ricostruire almeno in parte gli antichi fondi a stampa (non vi sono registrati i manoscritti) della biblioteca domenicana. L’altro catalogo, redatto in bella copia negli ultimi anni del Settecento da Domenico Noack si riferisce alle accessioni delle raccolte librarie di Deodato Marone ed Eustachio D’Afflitto da parte della biblioteca di San Domenico Maggiore. Il ms. della Nazionale di Napoli – un catalogo in forma di rubrica, che non segue tuttavia un rigoroso ordine alfabetico, redatto nel corso dell’Ottocento (vi sono registrati anche testi pubblicati nella seconda metà del secolo) e recante il timbro di San Domenico Maggiore, pur rappresentando, allo stato attuale delle ricerche, l’unico inventario sicuramente riferibile alla biblioteca domenicana, non può assolvere se non in parte la funzione di strumento valido per la ricostruzione dei fondi dell’antica ‘Libraria’ (incunaboli e cinquecentine ), sia perché redatto in epoca tarda, sia perché esso fu quasi sicuramente stilato in occasione del trasferimento del materiale librario in alcune biblioteche napoletane dopo l’unità d’Italia. È da precisare inoltre che la segnalazione di un’opera in questo catalogo di per sé non consente di risalire all’attuale sua collocazione, in quanto moltissime altre dispersioni seguirono anche dopo il trasferimento dei volumi alla Nazionale di Napoli e riguardarono per lo più testi che erano già presenti nelle collezioni dell’ex Biblioteca Reale. Non si hanno poi garanzie sul fatto che il catalogo registrasse l’intero patrimonio librario della biblioteca domenicana, o meglio ciò che allora ancora si conservava di esso. Numerose spoliazioni e dispersioni erano infatti avvenute già in precedenza, nel corso del Settecento (ma già tra XVI e XVII secolo si erano verificati fenomeni isolati di dispersione) e soprattutto nei primi decenni dell’Ottocento, a seguito della prima soppressione delle corporazioni religiose durante il decennio francese (al decreto di Giuseppe Bonaparte del 26 agosto 1806 era seguita la legge murattiana del 7 agosto 1809 che destinava tra l’altro l’edificio del convento domenicano ad opere pubbliche). Se una gran parte di libri e manoscritti, dopo tale soppressione, fu incamerata da varie biblioteche napoletane, un’altra parte scomparve invece senza lasciar traccia (di alcune spoliazioni furono accusati gli stessi frati). Del resto proprio in quegli anni, tra il 1807, e il 1809, veniva istituita la Biblioteca Universitaria di Napoli arredata a quanto sembra con scaffali provenienti proprio da S. Domenico Maggiore – alla quale veniva assegnata una cospicua quantità dei fondi requisiti nei vari conventi  napoletani, tra cui San Domenico Maggiore.

Oggi gran parte dei libri dell’attuale Biblioteca Domenicana di Napoli, provengono da diversi conventi domenicani, accolti durante la fase d’organizzazione della Biblioteca prima della seconda Guerra Mondiale e dopo, presso il Convento del celebre Santuario di Madonna dell’Arco, adibito a centro di studi teologici da poco ricostituito. Portati con acquisizioni varie al convento di S. Maria della Sanità di Barra (Napoli) e da qui trasferiti completamente – nel 1969 – al convento di Sn Domenico Maggiore in Napoli.