Storia della Biblioteca
L'antica Libraria
Considerata fin dal XV secolo tra le biblioteche napoletane più illustri, l’antica Libraria di San Domenico Maggiore si arricchì nel corso del tempo grazie a donazioni private, lasciti di frati del convento e di lettori dello Studio e nuove acquisizioni. Il capitolo generale parigino del 1233 vietava esplicitamente la cessione e la vendita dei libri: tale ordine, operante fino a tutto il XVI secolo e ribadita dalle Constitutiones romane del 1566, prevedeva comunque la possibilità, secondo quanto sancito dal capitolo generale bolognese del 1340, di vendere i libri dei fratelli defunti, considerati un bene comune, solo ed esclusivamente per finanziare l’acquisto di altri testi.
Ospitata in una grande sala al primo piano del convento accanto alla cella di san Tommaso (attualmente sala museale), la Libraria, la cui storia si era andata intrecciando con quella del cenobio napoletano, assolveva la funzione di biblioteca di lavoro per i maestri e gli allievi dello Studio domenicano, cui era stato conferito il titolo di Universitas dal capitolo generale di Salamanca del 1551.
Tale funzione essa svolse sicuramente anche per lo Studio pubblico che per un secolo, dal 1515 al 1615, fu ospitato stabilmente proprio in alcuni locali del convento. Tra le donazioni più prestigiose che agli inizi del Cinquecento hanno arricchito le sue collezioni vi è quella dei libri, per lo più manoscritti di cui alcuni autografi, di Giovanni Pontano. La preziosa raccolta, tra le più rappresentative della cultura umanistica napoletana, fu donata ai padri del convento dalla secondogenita del Pontano, Eugenia, con il consenso del marito Luigi di Casalnuovo. La donazione riguardava 49 volumi, di cui 34 in pergamena e 15 cartacei, con opere letterarie, filosofiche e astrologiche dell’antichità greco-latina, del Medioevo e del Rinascimento. Di tali volumi, dispersi in tempi diversi ma soprattutto durante il secolo scorso, T. Kaeppeli in un suo studio sulle antiche biblioteche domenicane ne segnala 13 manoscritti conservati in varie biblioteche italiane e straniere, di cui due presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.
Durante la seconda metà del Cinquecento frequentarono la Libraria di San Domenico due illustri confratelli, Giordano Bruno e Tommaso Campanella.
Per preservare la Libraria da furti e dispersioni, si ottenne nel 1571 da papa Pio V un breve, che fu inciso su una lapide collocata nella stessa biblioteca. Fu poi anche deciso dall’allora priore del convento, Domenico Vita, di far censire tutti i volumi, incaricando tale fra’ Marcello da S. Marco di “far l’inventario de […] li libri che sono in la Libraria”. Tale inventario che sarebbe stato uno strumento di prim’ordine per la ricostruzione dei fondi dell’antica Libraria, non è stato finora rinvenuto e a questa mancanza non pone rimedio la vasta raccolta di inventari delle biblioteche monastiche (oltre 7500 biblioteche di conventi e di singoli religiosi italiani) che si conserva presso la Biblioteca Vaticana.
Dei due inventari conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, che solitamente vengono considerati cataloghi della Libraria di san Domenico Maggiore, solo uno può essere utilizzato propriamente per ricostruire almeno in parte gli antichi fondi a stampa della biblioteca domenicana. L’altro, redatto in bella copia negli ultimi anni del Settecento da Domenico Noack, si riferisce alle accessioni delle raccolte librarie di Deodato Marone ed Eustachio D’Afflitto da parte della biblioteca di San Domenico Maggiore.
Il manoscritto della Nazionale di Napoli pur rappresentando, allo stato attuale delle ricerche, l’unico inventario sicuramente riferibile alla biblioteca domenicana, non può assolvere se non in parte la funzione di strumento valido per la ricostruzione dei fondi dell’antica Libraria (incunaboli e cinquecentine ), sia perché redatto in epoca tarda, sia perché esso fu quasi sicuramente stilato in occasione del trasferimento del materiale librario in alcune biblioteche napoletane dopo l’unità d’Italia.
È da precisare inoltre che la segnalazione di un’opera in questo catalogo di per sé non consente di risalire all’attuale sua collocazione, in quanto moltissime altre dispersioni seguirono anche dopo il trasferimento dei volumi alla Nazionale di Napoli e riguardarono per lo più testi che erano già presenti nelle collezioni dell’ex Biblioteca Reale. Non si hanno poi garanzie sul fatto che il catalogo registrasse l’intero patrimonio librario della biblioteca domenicana, o meglio ciò che allora ancora si conservava di esso.
Numerose spoliazioni e dispersioni erano infatti avvenute già in precedenza, nel corso del Settecento e soprattutto nei primi decenni dell’Ottocento, a seguito della prima soppressione delle corporazioni religiose durante il decennio francese (al decreto di Giuseppe Bonaparte del 26 agosto 1806 era seguita la legge murattiana del 7 agosto 1809 che destinava tra l’altro l’edificio del convento domenicano ad opere pubbliche). Se una gran parte di libri e manoscritti, dopo tale soppressione, fu incamerata da varie biblioteche napoletane, un’altra parte scomparve invece senza lasciar traccia (di alcune spoliazioni furono accusati gli stessi frati).
La Biblioteca Domenicana di Napoli
La storia della Biblioteca Domenicana è strettamente legata a quella dello studentato e al suo relativo Studium: nel 1959, a seguito della determinazione del consiglio di Provincia del 4 aprile, lo studentato, lo Studium e la Biblioteca provinciale furono trasferiti a Barra.
Fu solo negli ultimi mesi del 1969 che la Biblioteca Domenicana vide finalmente la luce, stando a quanto riportato in una relazione del 20 maggio 1973 per le attività della Biblioteca di Provincia nel quadriennio 1969-1973. Infatti, nel Capitolo Provinciale del 1969 al n. 107, vi è scritto quanto segue: «il centro studi di teologia e filosofia con la rivista Sapienza sarà costituito in S. Domenico Maggiore, ove sarà trasferita anche la biblioteca dello Studium che si denomina più propriamente Biblioteca di Provincia».
Dal 1961 al 1969, ovvero prima di trovare la sua stabile sistemazione presso il Convento di San Domenico Maggiore di Napoli, la Biblioteca fu ospitata presso il Convento di Madonna dell’Arco. Padre Benedetto d’Amore iniziò a mettere insieme i libri per organizzare la Biblioteca di Studio, raccogliendo, con il permesso del padre Provinciale, libri dai Conventi di Barra, di Bari, di Cercemaggiore, di San Domenico Maggiore, di Sant’Antonio a Posillipo, di Acerra, di Madonna dell’Arco.
Tuttavia, dal 1969 al 1977, il trasferimento dei circa 30 mila volumi (tra cui 9 incunaboli e circa 443 cinquecentine) fu parzialmente possibile, poiché i locali scelti per ospitare le sale della Biblioteca dovevano essere ancora predisposti a tale utilizzo. Nonostante i numerosi problemi riscontrati dalla sua fondazione, sin da subito la Biblioteca vide connaturarsi una fruizione specialistica, la stessa che ancora accede alla Biblioteca di Provincia, studenti universitari, studiosi di filosofia e di teologia, persone interessate al tomismo o alla storia dei domenicani nell’Italia meridionale.
La biblioteca con gli anni si è adeguata in merito all’uso di nuovi mezzi di servizio e comunicazione come, computer (per il catalogo elettronico utile sia per le riviste che per i libri), sito internet, posta elettronica e Facebook. Dall’anno 2016, è inserita tra le biblioteche della C.E.I. e quelle aderenti al Polo SBN Napoli, dove si è iniziato alla catalogazione dei libri in rete.
Oggi, contiene circa 60.000 libri e 350 testate di riviste che un tempo venivano mandate in cambio della rivista Sapienza, la quale oggi è estinta. Inoltre, si è progettata per la suddetta biblioteca una sua definitiva sistemazione più adeguata presso il palazzetto al fine di rendere più fruibile il patrimonio librario agli studiosi.











